ETNOFOTOGRAFIA
Una scelta al di là dell’aspetto professionale.

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Testo di Italo Bertolasi per “FOTO PRO” Settembre 1992

“Ahimé… l’autentica voglia di viaggiare non è qualcosa di diverso e di migliore rispetto a quella pericolosa voglia che ci fa immaginare di rivoltare il mondo e di trovare una risposta a tutte le cose…non vine placata con programmi e con libri, si devono mettere in gioco cuore e sangue”.
Hermann Hesse

Diversi sono i modi di viaggiare, e diversi i modi di fotografare paesi esotici e genti a noi lontane. Io sono partito per i miei lunghi viaggi spinto da una necessità interiore, da una “fame” di deserti e di montagne, ignorando spesso le committenze professionali che mi avrebbero legto a un mio studio a Milano.
Alla fine degli anni sessanta e all’interno di un movimento anarchico, che si proclamava psichedelico, era nata una fotografia impegnata per documentare viaggi, problematiche sociali e guerre. Si voleva cambiare il mondo con lo yoga indiano, il peyotel messicano – un fungo allucinogeno – e si predicava un modo di vivere zingaro, sempre in viaggio, che si era chiamato “trip”. Appunto: vita-viaggio.
Si tentò di viaggiare a due livelli: in modo soggettivo e verticale, per conoscersi a fondo e trasformarsi, e in modo orizzontale e terrestre per raggiungere i confini del mondo. I confini delle moderne informazioni.
Viaggi pellegrinaggio verso luoghi santi e segreti, viaggi avventura suggeriti dai romanzi di Kerouac e della Beat Generation per essere più liberi, più veri e per incontrare gli altri in modo dolce e comunicativo. I nostri vagabondaggi non furono mai né imprese sportive, né semplici giri turistici: in viaggio nascevano i nostri figli. Ci si amava e si moriva disperati e soli come cani. Incontrammo gli “altri” senza arroganza alcuna e senza paraocchi etnocentrici educandoci alla dialettica transculturale.

Cercavamo d’essere ricettivi, intellettualmente nudi e “bimbi” scegliendo una condizione di povertà per confonderci – fonderci così con gli altri poveri: le popolazioni dell’Iran, dell’Afghanistan e dell’India.
Di fronte alla morte degli altri, alla miseria e alla fame, di fronte a tanta sofferenza, ma anche di fronte a segreti momenti d’amore e d’affetto, decidevo di ritirarmi e aspettare senza infrangere il silenzio misterioso, il vuoto tragico della vita con il mio “clic” e la mia intrusione fotografica.
Negli anni ’70 è anche nata una fotografia d’impegno sociale; erano tempi come scriveva Risé : “ di ricerca interiore che non cercò di conformarsi a nulla, se non alla sete di autenticità che ognuno scopriva dentro di sé e a cui si dedicava con passione impudente”.
In quegli anni si restituiva dignità a una professione in cui fino allora si era un po’ tutti considerati dei “paparazzi”. Dopo una specie di lavaggio del cervello, dopo anni di “nikon al collo” caricata a TRI-X – mitica pellicola per bianco nero – e a zonzo a fotografare puttane e baraccati, che setivamo “fratelli”, ci mettemmo finalmente in Viaggio!
Per vivere una nuova avventura decidemmo di rifiutare l’approccio dotto e razionale.

In Viaggio venimmo iniziati alla vita e alla conoscenza con riti dolorosi ed estatici. Poi fummo adottati. Ci insegnarono musiche e danze sacre. Dividemmo cibi magri ed una povera – ma mai misera – esistenza da “terzo mondo” per diventare poi con le nostre foto e i nostri racconti una sorta di “ambasciatori” di popoli lontani. Qualcuno tra noi divenne anche sciamano! Allora ci scontrammo con i celebri e potenti antropologi e altri “professionisti” della comunicazione che pretendevano – solo loro – di raccogliere impronte e matrici visive della realtà.
Ma con noi c’era il grande cinereporter Jean Rouch, che ci insegnava a “girare” solo dopo lunghe permanenze con le popolazioni indigene e solo dopo aver stipulato un vero e proprio contratto sociale. Altro che scendere da un elicottero e scattare con vicino la guida prezzolata che “spia” per i più forti. Non si può raccontare la verità scattando in quindici giorni…per riempire una bella doppia pagina ed altre dieci per un servizio commissionato. Questo non sarà mai un vero reportage e tanto meno un documento antropologico.

 

 

 


Le immagini delle “trances” e dei riti sono delle icone. Immagini sacre che le persone filmate o fotografate considerano un riflesso di lro stessi e delle loro divinità.
Tra i nostri maestri vi fu allora il sovietico Dziga Vertov che sperimetò il “cinema verità” e il geologo irlandese Robert Flaherty che applicò una tecnica empirica e straodinaria, facendo partecipare all’elaborazione del suo film tra gli eschimesi della baia di Hudson l’indigeno Nanuk e la sua famiglia. In un igloo attrezzò un laboratorio di sviluppo e stampa e una sala di proiezione: aveva inventato la “camera partecipante”.
Il cinema allora era diventato un documento non solo conquistato con perizia tecnica e furbizia, ma anche un’opera condivisa e distribuita con la complicità dei soggetti-attori che sono sempre coautori delle immagini che si registrano. Jean Rouch chiude il montaggio solo dopo aver richiesto l’autorizzazione all’intera tribù attraverso la proiezione pubblica del suo film. Solo dopo una iniziazione e l’apprendimento di altri modi di comunicare si potranno usare le macchine fotografiche, queste strane appendici tecnologiche.
Allora – grazie a questo armamentario, ma anche ad un nuovo comportamento transculturale – “ il cineasta può attaccarsi al rituale, integrarvisi, seguirlo passo passo. Coreografia strana che se ispirata, rende il cineasta ed il suo assistente non invisibili ma partecipanti alla cerimonia”. Così si potrà usare la macchina da presa come fosse un tamburo sciamanico per scatenare una possessione, per far danzare. “Sul campo, il semplice osservatore si trasforma: egli etno-guarda, etno-osserva, etno-pensa, e coloro che ha di fronte si modificano in modo analogo fin dal momento in cui hanno dato confidenza a questo strano visitatore. Essi si etno-mostrano, etno-parlano, etno-pensano.”


Questo etno-dialogo mi sembra uno dei più interessanti espedienti del reportage d’oggi. La conoscenza non sarà allora uno scatto segreto rubato con astuzia, subito divorato dai magazine, ma invece il risultato di una ricerca infinita, dove chi è davanti e chi è dietro all’obiettivo intraprendendo un cammino comune che possiamo chiamare antropologia condivisa. Un’immagine fotografica condivisa sarà intercomunicante. Un ponte gettato perché il mondo si trasformo in un villaggio globale.
Riflettere sui valori di impegno sociale e sul modo delicato e transculturale di fotografare, e così raccontare gli “altri” potrà anche restituire dignità al reportage e a un mestiere, quello di fotoreporter, mai come oggi caduto così in basso!
Gli anni ’80 postmoderni e ruffiani sono passati. Oggi tira aria di crisi per i padroni-padrini delle grandi riviste patinate. Forse potranno maturare tempi nuovi anche per il reportage di viaggio. Forse potremmo raccontare e proporre quei viaggi che trasformano l’uomo in un vero esploratore “entro-nauta” alla ricerca dei misteri del mondo e del proprio subconscio.
Herman Hesse, grande viaggiatore e cantastorie, ci dice: “Secondo me, noi viaggiamo e guardiamo e sperimentiamo il vivere in paesi lontani, in quanto ricercatori degli ideali dell’umanità. Nel senso più profondo, il viaggio è allora anche un rafforzamento e una conferma della nostra esigenza di un significato, di una profonda unità, di una immortalità della cultura umana”.


Presentazione di Maurizio Rebuzzini:

Il lavoro fotografico di Italo Bertolasi è già stato presentato sulle nostre pagine: fu pubblicato nel settembre del 1988, esattamente quattro anni fà. Già allora affrontammo l’argomento dell’ ETNOFOTOGRAFIA come taglio della fotografia di viaggio, con un testo in equilibrio tra le note biografiche e l’essenza della ricerca fotografica indirizzata verso la conoscenza degli altri.
Oggi Italo Bertolasi approfondisce l’argomento e traccia i suoi più pertinenti confini: interviene in prima perona e puntualizza sia le motivazioni personali sia le metodologie operative, tanto lontane (le metodologie) dalla banale fotografia patinata e oleografica che costituisce soltanto l’apparenza dei mondi che rappresenta. Quella di Bertolasi è sicuramente una fotografia marginale rispetto al mercato; ma è una fotografia seria e concentrata, prossima all’autentica scientificità. Il suo è un rapporto antico con i popoli ed è un rispetto della loro cultura. Convivere a rischio di non fotografare è l’unico modo per avvicinarsi alla verità e alla realtà.
A differenza del metalinguaggio del reportage assolto in pochi giorni, con un dispiego di mezzi ed economie in stridente contraddizione con la povertà delle situazioni fotografate, l’approccio di Italo Bertolasi è orientato a mantenere il contatto con lo svolgimento reale e autentico della vita dei suoi riti. Avviatosi verso incontri transculturali, per capire, Bertolasi ha scelto di vivere una vita difficile. E anche per questo merita tutto il nostro rispetto.