“O y u” – Le Acque del Piacere
“Pellegrinaggio”, nel Giappone più segreto, alla scoperta delle acque termali
che riuniscono il potere della cura, dell’eros e della spiritualità.


Testo e foto di Italo Bertolasi per Natural Style.

“Oyu” – Onorevole Acqua Calda! Così è chiamata in Giappone, dai contadini e dagli “yamabushi”, gli ultimi sciamani, l’acqua termale che sgorga dal ventre “sacro” dei vulcani. Il Tohoku è la provincia più a Nord dell’Honshu. E’ terra di frontiera. E’ il misterioso “Michinoku” o “Back Roads” del Giappone. Qui si conservano le più antiche tradizioni culturali assieme ad una natura inalterabile e selvaggia disegnata da alte montagne, foreste e strette valli piene di nebbie, luci opalescenti e velature di oscurità. Paesaggi che sembrano dipinti con l’inchiostro di china come si fa nella pittura tradizionale “sumi-e”. In queste terre lontane da Tokyo e da tutto quello che si conosce: cultura zen, gheishe, ciliegi sempre in fiore… si rivela un Giappone segreto e bizzarro che conserva nicchie d’ombra e i fantasmi di antiche civiltà. Il Tohoku è anche la terra dell’acqua, del fuoco dei vulcani e degli “onsen” – le sorgenti termali. Quest’acqua, che sprizza da roccie “vagina” e dal ventre profondo della Terra, riunisce il potere della cura, dell’eros e della spiritualità. E nello Shinto – l’antica religione animista - é “sangue”, “sperma” e yorishiro – deposito d’energia – del Kami della Montagna - che è allo stesso tempo Madre e Padre Terra. Il bagno termale è un rito che pulisce il corpo, purifica l’anima e risveglia stati di gran consapevolezza chiamati “kamigakari” – estasi divina.
“Tabi” – il Viaggio – è il più grande piacere della vita. E la vacanza preferita dai giapponesi è il tour termale accompagnati da chi si ama che riunisce i benefici del “pellegrinaggio”, godereccio e religioso, a quella di un po’ d’ozio curativo. Tra i “riti” del viaggio, oltre al dolce far niente che cura i ritmi stressanti della città, c’è anche l’infrangere i nostri tabù regalandoci svariate trasgressioni. Perché, come recita un’antico proverbio giapponese, ogni peccato commesso in viaggio sarà perdonato! Il viaggio alle terme è il tempo del “let go”, del lasciarsi andare, dello sciogliersi al piacere dei cinque sensi che prende possesso di tutto il nostro essere. Allora tutto è permesso: gran mangiate, gran bevute di saké e avventure amorose nate dall’irresistibile connubio d’eros & acqua calda.
E’ da molti anni che pratico la “Via” della montagna: una specie di trekking/pellegrinaggio lungo i sentieri che collegano vette sacre a templi e agli antichi “onsen” del Tohoku. Questo “pellegrinaggio” privato é un lusso che ogni tanto mi regalo. Un mio spazio d’autoguarigione. Cammino vagabondando quasi sempre da solo. Seguendo delle “vie” tracciate molti secoli fa da leggendari “monaci maratoneti”: Kobo Daishi, Gyoki e En no Ozuno. Da famosi samurai: Takeda Shingen. O dai “matagi”, gli ultimi cacciatori d’orsi. Tutti questi “eroi” civilizzatori della montagna sono stati anche gli scopritori delle sorgenti termali.
Gli onsen giapponesi, diversi sia dalle spas dell’Impero Romano che dai bagni inglesi dell’era Vittoriana e oggi dalle terme “mediche” di Montecatini, assomigliano di più alle “Healing Springs” californiane di Big Sur e Harbin Hot Springs. Con gli ultimi Hippies che si immergono nudi mescolando un sano eros a nuove meditazioni acquatiche: “woga” – yoga in acqua – “Ai Chi” – Tai Chi in Acqua. In Italia le terme sono “day hospital”. Dei centri benessere e di riabilitazione. In Giappone solo il 6% le “kuahausu” – dal tedesco kurhaus = sono luoghi di cura. Mentre il 72%, quindi la maggior parte, sono località turistiche e il rimanente 22% ha una funzione mista. Tra i frequentatori delle terme giapponesi solo il 10% è lì per curarsi.!
I giapponesi, amanti della natura, preferiscono fare il bagno “open air”. Le vasche termali all’aperto si chiamano “Rotenburo” e sono collocate in “templi dell’acqua”, nudi e spogli, all’interno di grotte marine o lungo torrenti di montagna. Le vasche sono fatte di semplici pietre o di legno di cedro profumato. Qualche volta sono catini di roccia – iwaburo - scavati dal getto di cascate calde. La cerimonia del bagno è regolata da un preciso galateo e da antiche consuetudini. Prima ci si spoglia tutti nudi. Poi ci si lava. Ci si raccoglie in silenzio. E solo dopo questi riti ci si può immergere nel “brodo” di oyu – onorevole acqua calda – e sali termali coprendosi pudicamente i genitali con il “furoshiki”. Un pezzetto di cotone multiuso grande come un fazzoletto da naso. Quasi dappertutto ci sono sale da bagno riservate alle donne divise da quella per gli uomini e per le famiglie. Ma nel Tohoku sopravvive l’antico costume del “Kon yu ku”, il bagno misto. Allora si riuniscono in vasca donne, bambini e uomini di tutte le età, che si bagnano tutti nudi un clima di allegria e di gran socialità. Una tradizione che é cominciata a sparire dopo lo sbarco dei primi americani (1853) che hanno imposto nuove “modernizazioni” e leggi puritane.
Dopo aver imparato a memoria la frase “Naka wa kon yoku desu ka?”, che vuol dire “Dove c’è un bagno misto?” mi metto in viaggio per curiosare negli ultimi kon yu ku del Tohoku. Mi sveleranno nuovi segreti sull’arte del bagno o sull’anima impenetrabile del “Real Japan”?
Doroyu Onsen è un villaggio termale che si trova nel “cuore” montagnoso della provincia d’Akita. Da Tokyo lo si raggiunge, con un velocissimo “shinkansen” - il treno “proiettile”- che ci porta prima a Tsuruoka e poi proseguendo con un lentissimo trenino a Yuzawa. Da qui, con un bus che sale in montagna tra paesaggi mozzafiato, si arriva finalmente a Doroyu. Una decina di “minshuku” – così si chiamano gli alberghetti a conduzione famigliare – stretti attorno a pozze termali e fumarole. Vecchie case scure che mostrano “la patina del tempo prodotta da depositi di morte stagioni” e che ogni giapponese ama “per quel lustro e quegli scuramenti che ci ricordano il passato e la vastità del tempo” come scrive Junichiro Tanizaki nel “ Libro d’Ombra”. Scelgo il più bello dei minshuku e di sera posso assaggiare la cucina vegetariana “shojin ryori”, un cibo per l’anima, servita su una decina di splendide ciotole piene di “enoki” - funghi dolci – “miso shiro” – brodi vegetali conditi con alghe e pezzetti di tofu – “mazegohan” – riso cotto assieme a vegetali selvatici ed erbe mediche. Il tutto “innafiato” da “shochu” – un alcool simile alla vodka e distillato dalla patta dolce – da saké e dalle immancabili tazze di tè verde. Le sere seguenti al menù si aggiungerà il gustoso “ayu” – la trota di torrente – e il “sashimi” – pesce crudo servito con salsa di soya e “wasabi” – una crema piccante di rafano.
Doroyu è famosa per i bagni di cascata che puoi fare nel luogo chiamato “Kawarage-yu” che è in fondo ad una valletta di montagna scavata da un fiume caldo. L’acqua, acida e trasparente, scorre a 35° e fa brillare sali e minerali che colorano il fondo di giallo arancio, verde smeraldo e blù cobalto. Mi accompagna un’amica. Dopo un sentiero tutto in dicesa arriviamo ai piedi della “taki yu” – la cascata calda. Ci spogliamo e ci immergiamo nel catino scavato ai piedi della cascata dal getto che fà un “salto” di venti metri tra nebbioline di vapori profumati. Dopo un po’ siamo raggiunti da qualche “turista” giapponese che ci guarda sorpreso. Per loro dobbiamo essere molti “esotici”. Una vera attrazione! C’è chi fotografa il corpo sirenesco della mia amica che luccica nuda al sole. Una giovane coppia si spoglia e si bagna vicino a noi. Più tardi siamo circondati da un’intera scolaresca che ci guarda sorridendo. Niente imbarazzi o scortesie. La nudità, in queste circostanze, è un’ “abito” d’obbligo e passa inosservata. Unica eccezione, la curiosità femminile alimentata da “leggende metropolitane” che favoleggiano sulle gigantesche dimensioni dei piselli dei “gajin” - gli stranieri quando si spogliano prima di entrare in acqua. E, in un paese dove lo sguardo è un’ “arma” che non va rivolta negli occhi altrui, l’impudico – ma eticamente accettato - voyerismo maschile, quando c’è una bella donna.
L’acqua calda – si sa’ – risveglia il piacere di sentirci pienamente vivi. Riscalda la passione. Rivitalizza la nostra energia sessuale. Per questo, vicino alle sorgenti, si innalzano barbari altari fatti di pietre falliche. L’acqua calda altre qualche volta gorgoglia tra le fessure di una roccia vagina e si riversa nella piscina termale come un’acqua d’amore, calda e profumata. Queste roccie “genitali” sono decorate come altari.
Da Doroyu raggiungiamo il lago Tazawako che é il più profondo del Giappone. Da qui risaliamo in bus fino alle prime alture dell’Hachimantai Plateau. E poi, a piedi, raggiungiamo i sei piccoli onsen di “Nyuto” – una parola che vuol dire i “capezzoli” della montagna. L’acqua calda che sgorga dalla roccia ha infatti il colore e il profumo del latte materno. Decidiamo di fare il nostro bagno a Kuroyu – la sorgente dell’Acqua Scura. L’acqua termale è densa e corposa e lascia sul fondo una crema di fanghi sulfurei chiamata “yubatake”. Ce la spalmiamo sul corpo per poi rilavarci con un’altro piacevolissimo “taki yu” – bagno di cascata. Le piccole vasche da bagno di Kuroyu sono all’aperto. Scivoliamo nell’acqua, stretti spalla a spalla, tra una decina di bagnanti che ci accolgono tra loro con un bel sorriso. Li osservo con curiosità quando sgusciano dentro e fuori d’acqua. I corpi cicciotti dei giapponesi sono diversi dai nostri. Sono privi di tutte quelle rotondità e quelle proporzioni che noi ammiriamo nella bellezza sportiva e orgogliosa ma anche un po’ dissociata dal corpo della nostra gioventù. Le donne giapponesi hanno piccoli seni sodi, grandi fianchi. Hanno un’IO che cede la sua egemonia a un corpo, antico e materno, che sembra in pace con sé stesso. E poi c’è la pelle perlacea. Non bianchissima e senz’ombra di rughe fino a tarda età, che le fa’ sembrare più sane. E accresce la seduzione di quella loro bellezza “orientale” più interiore. Scrive ancora Tanizaki: “ Per dar valore alla nostra peculiare beltà avevamo bisogno di vivere in ambienti scuri, fra oggetti dalle tinte attenuate…così vollero i nostri antichi, non perché fossero coscienti del velo d’ombra sulla loro pelle, ma perché attraverso una gamma di colori spenti il corpo giapponese si armonizzasse con la sua civiltà”. Li uomini hanno una postura del corpo piegata in avanti, rilassata e radicata alla terra, che sprigiona un senso di forza e concretezza. Al centro di Kuroyu c’è un laghetto bollente dove i contadini del posto, che qui passano l’estate a curarsi, immergono e cucinano mazzi di asparagi selvatici e di altre verdure. L’acqua calda – si sa’ – risveglia il piacere del sentirci pienamente vivi e della passioni. Rivitalizza la nostra energia sessuale. Per questo, vicino alle sorgenti, si innalzano barbari altari da cui svettano falli lignei e statuette di Jizo, gli dei protettori. Anche l’acqua di Kuroyu che, si riversa in vasca attraverso “roccie vagina”, è considerata un umore “sessuale” e fecondante. Un “viagra” naturale di grande efficacia .
L’ultima tappa di questo mio “pellegrinaggio termale” è il lago di Osore. Acqua calda e “vulcanica” che riempie un vecchio cratere che si trova sulla punta di Shimokita. “Osore” è anche il nome dato ad una intera montagna e vuol dire Monte della Paura. E’ un luogo spettrale e silenzioso: il cratere “lunare”, le acque del lago fumanti, i boschi attorno pieni di volpi, cervi, orsi. E il cielo quasi sempre plumbeo in cui volteggiano stormi di corvi assieme a qualche aquila. Da sempre chi vive qui crede che questo lago inquietante sia una una “terra di mezzo”. Un “ponte” che collega simbolicamente il mondo dei vivi da quello dei morti. Ad Agosto, durante l’Obon – il mese dei morti - si celebra una grande “mazuri”. Un festival che celebra il ritorno degli spiriti e che è officiato dalle Itako, le ultime sciamane del Giappone. Queste donne un po’ streghe, cieche dalla nascita, sono medium tra vivi e morti e con un po’ di soldi, qualche preghiera e una sedute di trance ti riavvicinano all’anima dei tuoi morti curando così rimorsi e le dolorose ferite del lutto. Osore è una delle più famose “terme spirituali”. Dove l’acqua cura in modo olistico e misterioso corpo e anima. Nelle notti di festa le itako riuniscono in cerchio i pellegrini appena usciti dai bagni. Accendono fuochi e danzano con sacro furore. Alcuni balli sono lascivi e osceni, altri più lenti e misteriosi sono dei riti che esorcizzano la nostra paura di morire. Le danze, i bagni e le lunghe passeggiate solitarie che si fanno qui ad Osore sono anche un modo di meditare e di prepararci al buon morire. Ecco allora perché il bagno nell’acqua bollente di Osore è un viatico. Le due piccole baracche di legno, una riservata agli uomini e l’altra alle donne, vicine al tempio buddista di Entsuji, racchiudono i vasconi. L’immersione in quest’acqua è totale “surrender”. E’ sciogliersi e liberarsi. E’ un’ “aprirsi” per espandersi e “morire”. Questo “bagno” e questo luogo, che anno dopo anno torno a visitare, ha su di me un effetto potente. Mi risveglia. In quest’acqua la mia mente sembra arrendersi alla forza creativa della vita. E al piacere del “lasciarsi andare” del mio corpo che fa emergere da misteriose profondità silenzio, caos e mistero. Questi sono forse i segreti più insondabili dell’arte del bagno Zen e dell’Oyu, la sacrissima Acqua Calda?

Un buon bagno caldo in un “tempio” dell’acqua di un “onsen spirituale” ci può procurare uno stato di intenso benessere che i giapponesi chiamano “kamigakari” – estasi divina. L’acqua infatti è sacra perché è il “Qi” liquido – l’energia fluida e erotica – dell’Universo. La parola comunemente usata per acqua è “mizu” ma per l’acqua calda si usa il termine onorifico “O-Yu” che evoca anche la piacevolezza della contemplazione e del piacere sensuale. In Giappone tutto quello che a che fare con lo “yudono” – la sala da bagno - è intriso di sensualità e di mistero. Le antiche sale da bagno, dove donne e uomini nudi si bagnavano assieme, erano “sorvegliate” dalle “Yuna” – donne bagnino, massaggiatrici e qualche volta prostitute. Ancor oggi il “business” dell’amore è chiamato “mizu shobai” o “commercio delle acque”. Tra i giovani è di moda il “O Miai Furo” che vuol dire “darsi appuntamento nella vasca”. Ci si invita a fare il bagno assieme in vasconi all’aperto che hanno al centro un bar galleggiante e tutt’attorno tavolini da gioco galleggianti ed altre amenità. Le coppie possono appartarsi in intimità. Fare all’amore nell’acqua porta buona fortuna. E’ considerato un “gioco” divino che ricopia gli atti sessuali delle antiche deità che con i loro umori ed il loro sperma hanno creato le isole del Giappone.


Anche nell’immaginario giapponese l’acqua é l’elemento “femminile” per eccellenza. E’ simbolo dell’amore incondizionato che si dà senza chiedere. I saggi buddisti dell’antico Giappone educavano con metafore acquatiche. Insegnavano ai loro allievi a mantenere la limpidezza, la calma e l’umiltà proprio come fà l’acqua turbinante che scende a valle e “ che diventa limpida quando si ferma…permettendo di lasciarci andare, non fare, non affermare né interferire come fa un fiume che tutto abbraccia e nulla presume”. “La più grande virtù è come la natura dell’acqua. Essa è benefica per tutte le cose ma non lotta o combatte per esserlo…l’acqua scorre negli anfratti dove nessuno vuole andare”. Anche in Giappone esistono le “mujina” – donne sirene e simboli, nella fantasia popolare, del potere erotico dell’acqua. Osservando il modo di immergersi in acqua dei giapponesi si avverte un’aura di pace e di silenzio. Il bagno é una immersione meditativa nelle profondità del nostro cuore e del “corpo” liquido dell’acqua. Acque allora che si incontrano. Acque celesti e di vulcano che armonizzano le “nostre” acque umane, fatte di sangue, umori, salive e sudori. E che ci ricordano quelle amniotiche e misteriche del ventre materno - nostro “paradiso” prenatale - in cui ci siamo formati. Alle terme si può allora praticare l’arte del “bagno Zen”. Per godere il nostro sciogliersi, aprirsi e liberarsi. Il “rinascere”. Il “morire. Ed il nostro ricongiungerci all’oceano primordiale e ad altre sacre e misteriose umidità delle nostre sacre origini. Scrive Michel Odent nel suo libro “L’acqua e la sessualità”: “Una sensazione oceanica, di unità con il cosmo: l’origine del nostro senso religioso non è forse nell’universo di quando eravamo feti, immersi nel liquido amniotico”?


LA PRIMAVERA DI KABUL

Tre notti trascorsi ad Abu Dabi dopo aver tentato tre volte di atterrare a Kabul nascosta dalle nubi. Un’occasione per immergermi nella città Hi-Tech più ricca e moderna del Medio Oriente. Abu Dabi è un polo telematico ed esentasse. Una metropoli araba laica e permissiva. La sua popolazione di ottocentomila abitanti è composta da 100 etnie diverse che convivono in “pace e serenità”. In quest’oasi “paradisiaca” piena di shopping center e grattacieli ultra chick – tra questi il nuovissimo “Burj Al Arab”, la “casa degli arabi”, che si protende a vela sul Golfo Persico e che è verniciata con polvere d’oro zecchino al 3% - si raccoglie un vero tesoro. Petroldollari, oro, titoli ed investimenti esteri nelle mani però di una esigua minoranza - il 25% della popolazione araba e autoctona – che fa affari col petrolio e con i colossi dell’Hi Tech: Microsoft, Ibm, Compaq. Una ricchezza sfacciata che contrasta con tutto quello che vedo quando finalemente atterro a Kabul. Tra case sventrate ed altre desolazioni quel lusso di Abu Dabi mi pareva una grande ingiustizia. Mi ricordavo le “prediche” dei sufi afgani che avevo incontrato trent’anni prima nei “giardini” di Kahandar che mi ricordavano la “rivoluzione” di Maometto contro la corrotta società araba di allora. Da allora dovere di ogni buon mussulmano. Ricordo anche che l’Afganistan d’allora, contrariamente alle immagini crudeli che ci arrivano oggi dal “fronte”, era un paese interetnico e pacifico. C’era tolleranza verso le altre sette mussulmane – sciite e ismailite – verso le altre religioni e anche verso gli stili di vita “moderni” importati dal nostro Occidente. L’enorme diffusione del sufismo – col suo islam meditativo e sciamanico – aveva arginato il pensiero centralista, ortodosso e discriminante che trionfava invece sia in Iran che in Pachistan. Allo spirito “ecumenista” dei sufi afgani si deve anche il successo della prima alleanza interetnica e antirussa dei mujiadin. L’ordine Naqshbandiyah per secoli ha dato i suoi re a Kabul. E uno dei sopravvissuti al barbaro sterminio comunista della famiglia Mujaddedi, il sufi Sibghatullah aveva fondato il Najat Milli Afganistan (il fronte di liberazione afgano) che ha cercato sempre di contrastare il radicalismo islamico. Mentre un altro “pir”, Sayed Gailani della famiglia sufi Qaderiyah, parente dell’ex re Zahir Shah, aveva fondato il Fronte Islamico nazionale afgano, un partito moderato e interetnico. L’estremismo afgano nasce da un pensiero filo arabo e wahabbita che è sempre esistito all’interno della tradizione dell’Islam Sunnita delle tribù patane. Questo movimento religioso era nato in Arabia alle fine del 1700: Abdul Wahab voleva liberare i beduini dai governi corrotti delle città e schiacciare il sufismo gnostico e pacifista. I soldi e le prime armi arabe che arrivano in Afganistan negli anni ’80 sono per i capi wahabbiti patani che possono così fondare un proprio partito – l’Unità Islamica – che si scaglia contro i partiti tribali afgani. Si aprono così le porte ad Osama Bin Laden che crea un corpo di “mujaheddin arabi” pieni di soldi e di odio verso l’Arabia arricchita dal boom petrolifero e governata da dinastie reali “ciniche ed egoiste”. Anche in Pachistan avevo raccolto l’urlo di gente impoverita che reclamava parte di quella ricchezza derivata dal petrolio che “appartiene a tutti i mussulmani”. Non solo a chi indossa il “dishdaasha” – la tunica degli arabi.
Il mio ritorno a Kabul è un’avventura. E’ la prima volta che volo su un aereo militare. E che arrivo in Oriente con le forze di pace. C’ero anadto la prima volta nel 1970 con Raphiullah Khan. Raffaele Favero, batterista nel complesso pop dei “Profeti”, era riuscito a convincere un gruppetto di hippies milanesi a seguirlo verso le “terrae incognite” del Pastunistan. Patria dei Patani, fieri e bellicosi, che non avevano mai accettato la spartizione della loro “nazione” nei due blocchi voluti dagli inglesi. Oggi parte del Pastunistan appartiene all’ Afganistan e un’altra parte al Pachistan. Dalla cittadina di Bannu avevamo raggiunto – a piedi - il villaggio pachistano di Zarki Nasrati perso in mezzo a deserti montagnosi e inospitali. Qui Raphiullah voleva fondare una “comune” agricola e transculturale riunendo giovani occidentali a patani. Durante quegli anni di ozii e vagabondaggi si ritornava spesso a Kabul per divertirsi e respirare aria balsamica di montagna. Kabul é un posto salubre a 1800 metri d’altezza e negli anni ‘70 era un “nodo” importante della “rete” che collegava tra loro le “città sante” del nostro Pellegrinaggio verso Oriente: Istanbul, Theran, Mashad, Herat, Khandar, Kabul, Dheli, Calcutta e finalmente Katmandù. Ricordo che arrivato a Kabul, dopo una settimana di abbuffate, ripartivo per raggiungere i Budda di Bamyan. Qui mi fermavo qualche giorno a meditare e a camminare in montagna. Allora si poteva viaggiare dappertutto in autostop. C’erano bande di briganti tagliagole che agivano tra le alture di Kadhar – intorno a Khandar – o sui passi di montagna più remoti a cavallo dell’Hindu Kush. E che, anche allora, si arricchivano con i sequestri. Noi comunque viaggiavamo senza un soldo e ci sentivamo al sicuro. Ricordo ancora l’amicizia e l’ospitalità ricevuta allora dai vecchi afgani. Trent’anni fa la “Jirga” - il consiglio degli anziani – e la “famiglia” patana che ci aveva accolti come ospiti ci proteggeva dai pericoli. Come sanciva il codice d’onore tribale patano – il “pastunwali”. Lo stesso che anni dopo proteggerà Osama Bin Laden, “ospite” dei Talebani. Alcuni di noi sapevano recitare a memoria pagine del Corano e quasi tutti si erano convertiti all’Islam. La nostra comune cresceva giorno dopo giorno su una terra “sacra” e desolata che ci era stata affidata, in punto di morte, da un “Pir”, un capo sufi famoso. Ci fermammo nel villaggio pachistano per ben due anni. Poi tutto franò all’improvviso: gelosie e un’accusa pretestuosa di spionaggio portò al nostro arresto, a qualche giorno di carcere e poi a una “fuga” strategica a Kabul. Eravamo allora davvero in pochi a ritrovarci a Kabul. Gli hippies attraversavano l’Afganistan velocemente per raggiungere l’India e Katmandù. Il paese era immerso in un clima medioevale ma a Kabul si respirava già l’aria dei nuovi cambiamenti. L’influenza sovietica e modernizzante – che inizia negli anni cinquanta quando il re Zahir Shah, cerca l’appoggio russo per contrastare Iran e Pachistan manovrati invece dall’America – si scorgeva sulla “Jade Mirwais”, il viale dell’Università, quando passeggiavano le studentesse che sfoggiavano camicette e gonne corte e nella “dolce vita” notturna condita da vodka e spinelli. Si faceva notte fonda al Kyber Restaurant e al Metropol …mentre gli “alternativi” si trovavano nei localini-fumeria di “Chiken Street”. Ma nel 1973 Zahir Shah è scacciato in esilio a Roma e l’Afganistan diventa una Repubblica. La Russia aumenta i suoi consiglieri e i suoi ricatti. Cinque anni dopo scoppia la “rivoluzione d’Aprile”: il Partito Democratico dell’Afganistan – filosovietico - si impone al nascente partito fondamentalista islamico capeggiato da tre “eroi” che diventeranno famosi poco dopo: Hikmetyar, Rabbani e Massud. Costretti a riparare a Peshawar i tre si mettono alla testa dei primi “mujaheddin” che iniziano la resistenza armata e la Jiahd – la guerra santa. Quando nel 1979 le truppe sovietiche occupano Kabul tutta la stampa occidentale inneggia all’eroica lotta di liberazione del popolo afgano. L’Afganistan comincia ad essere pericoloso e il visto d’ingresso è negato sia a “pellegrini” che a turisti. Entrano di straforo i giornalisti. Vicino a Kahandar muore da eroe anche Raphiullah Khan schiacciato da un carroarmato. I mujjadhin lo considerano un loro eroe – un “shaib” – e lo sepelliscono con gli onori militari. Aveva deciso di seguire la lotta dei guerriglieri islamici con la sua cinepresa. Nel 1986 l’America “regala” i primi missili Stinger alle forze della guerriglia che in pochi mesi riesce ad annullare la supremazia aerea sovietica. Nel 1989 le truppe sovietiche si ritirano perdenti e tre anni dopo i mujaheddin entrano vittoriosi a Kabul. Ma dopo una soffio di pace inizia di nuovo la guerra: lotte etniche e fratricide che riducono Kabul a un cumulo di macerie e l’intero Afganistan ad una discarica di immondizia bellica. La pace sembra ritornare nel 1994 quando finalmente si impongono i “taliban” – gli studenti coranici – che si insediano prima a Khandar (1994) e poi a Kabul (1996). Il primo atto brutale di conquista della capitale è l’esecuzione sommaria di Najibullah accompagnata dal macabro rituale antislamico della mutilazione e dell’indecente esposizione pubblica del cadavere scempiato. La riconquista talebana dell’Afganistan – che intanto si era frammentato in tanti feudi capeggiati da “signori della guerra” - parte dalla città santa di Khandar perché è proprio qui che nel 1761 Ahmad Shah Durrani fonda la prima dinastia patana dei Durrani che governerà l’emirato dell’Afganistan per trecento anni. All’inizio la tattica militare talebana ricopia quella della guerriglia patana. Ed è vincente. I volontari si raccolgono in un nucleo agile di 5-6 uomini – il “lashkar” – che si sposta su veloci Toyota con una perfetta conoscenza del territorio. E che attacca a sorpresa. Così riconquista gran parte del paese affermando il potere dell’etnia patana. La “pace” talebana riporta sicurezza sulle grandi strade commerciali che attraversano il paese. Può così di nuovo prosperare il business mafioso dei trasporti in mano a contrabbandieri e camionisti pachistani. E può ripartire il grandioso progetto di un gasdotto “afgano” che partendo dal bacino gassifero di Daulatabad ( Turkmenistan ) avrebbe dovuto congiungere Herat e poi Khandar al porto di Karachi e al Mare Arabico. Inizia il “Grande Gioco” e approda a Washington una delegazione di talebani. Sperano di barattare il proprio riconoscimento politico con la promessa di un lucroso contratto che beneficia l’impresa petrolifera americana Unocal. Nel marzo 1997 la Unocal apre una sede e un centro di formazione per afgani a Kandahar. Ma gli sviluppi della guerra e la violazione talebana dei diritti civili – specialmente verso le donne – denunciata dagli azionisti americani costringe la Unocal prima a sospendere il progetto “pipeline” ritirando il personale da Khandar. Attorno alle moschee e alle “madrasa” del Pachistan e dell’Afganistan si raccolgono radicali islamici provenienti da ogni parte del mondo e gli arabo-afgani di Osama Bin Laden. E’ un’orda che porta in Afganistan mucchi di dollari e il pensiero integralista e filo arabo wahabita. Tutto precipita dopo l’11 settembre e il crollo delle Torri Gemelle. L’America, umiliata e violata dai “terroristi afgani”, reagisce con bombardamenti a tappeto sulle trincee talibane. Chi può fugge verso le “terre di nessuno” e le frontiere colabrodo del Pakistan, altri si nascondono, imprendibili, in montagna o nelle “giungle” urbane di Kabul e Kandahar. Aspettando tempi migliori.
Questo nuovo e stancante viaggio che mi riporta a Kabul lo faccio con uno scomodo C130 militare che deve fare una mezz’ora di “volo tecnico” prima di poter atterrare al vecchio aeroporto “russo” di Bagram. “Volo tecnico”, in gergo militare, vuol dire la serie di virate e discese a picchiata, che un’aereo è costretto a fare per evitare d’essere colpito dalla controaerea. O, nel nostro caso, per eludere eventuali Stinger ex USA o Sam ex USSR ancora in mano alla guerriglia talebana. Che li potrebbe lanciare dai fianchi delle montagne. Ci viene dato un sacchetto antivomito mentre gli armieri si “agganciano” in coda ai loro i sedili pensili, con ampia visuale tutt’attorno, pronti a sparare “coriandoli” – cioé razzi caldi e storna missili che “armano” il nostro aereo. Prima di scendere in picchiata dai minuscoli oblò del C130 posso ammirare quello che per me è il più bel paesaggio del mondo: le vette dell’Hindukush circondate da un labirinto di ghiacci e rocce che custodiscono all’interno valli verdissime e quei fiumi che vedi scintillare di luci. Sui dorsali ci sono villaggi alpestri appesi alle rocce. Sfilano davanti ai miei occhi e mi fanno pensare alle faticose scarpinate di molti anni prima quando li raggiungevo a piedi dopo lunghe marce. Oggi molti di questi villaggi sono stati bombardati. Altri sono spariti nel buco nero della guerra.
Finalmente a terra! Quando percorro il nastro d’asfalto, lungo sessanta chilometri, che collega l’aeroporto di Bagram alla città di Kabul, attraverso il campo minato più grande del mondo. Il paesaggio è disegnato da rottami bellici, dai solchi delle trincee e dai crateri delle bombe. Lo ricordavo anni fa pieno di greggi. Allora si stagliavano all’orizzonte i tendoni rossi seppia dei Kuci – i nomadi “aborigeni” dell’Afganistan. “Popoli del deserto” che il filosofo arabo Ibn Khaldu’n decantava come i “più vicini dei popoli stanziali alla bontà, perché sono più vicini al Primo Stato e più lontani da tutte le cattive abitudini che hanno corrotto i cuori di chi ha lasciato la vita nomade”. Li aveva ammirati Bruce Chatwin per quella loro “interna fiamma…e febbre di andare” e poi noi “viaggiatori del Dharma” per quella loro libertà e “leggerezza del vivere”. Quella dei Kuchi afgani è stata una fine tragica. Oggi è una razza sparita. I campi minati – in Afganistan si sono “seminate” dieci milioni di mine – li hanno fermati per sempre.
Kabul è una città “ferita” e umiliata. Ettore Mo la paragona alla Dresda piegata dai bombardamenti. Ho fatto un giro per la città: tutta la zona ovest - da Karte Char alla Kabul University e quella lungo la strada per Khandar è rasa al suolo. In mezzo alle macerie sembra però rispuntare la vita con file di bancarelle dove si vende di tutto. Il bazar centrale che si snoda attorno al Zarnegar Park e alla grande Moschea ha ripreso le sue attività. Lungo le rive del Kabul River sono esposti i preziosi tappeti afgani e Chiken Street è risorta con decine di shops che espongono – come trent’anni fa - giacconi di pecora e pellicce di lupo. Ma i prezzi sono alle stelle. Il tappettino da preghiera, che oggi è ridisegnato con armi ed elicotteri da combattimento, a Peshawar lo puoi acquistare a 20-30$ ma a Kabul è venduto a 100$. Gli affitti sono carissimi: nel quartiere di Wazir Akbar Khan, la ex cittadella degli ufficiali russi, una casetta può costarti 3000$ mensili. Ma i prezzi, mi dicono, saranno destinati a scendere con l’arrivo dei volontari. A Kabul faccio anche un giro d’ospedali. In quello di Emergency di Gino Strada visito il reparto dei bimbi martoriati dalle mine. In quello ortopedico della Croce Rossa Internazionale incontro il fisioterapista Cairo, in Afganistan da quattordici anni. Mi mostra il reparto di rieducazione, la fabbrichetta di arti artificiali e la “banca” che impresta una piccola somma di denaro a chi fa ritorna a casa ed è disposto ad iniziare una piccola attività commerciale. All’ospedale pubblico Indira Gandhi visito i reparti dei “bambini sconfitti dalla fame”. Ogni anno muoiono in Afganistan 300 mila bambini – il 5% - per denutrizione. Un altro 60% lotta contro la malnutrizione cronica. Quest’ecatombe afgana è anche un triste primato mondiale. Quando giro nelle stanze decine di piccoli “scheletrini” mi scrutano con i loro occhioni tristi. Alcuni hanno lo sguardo velato dei moribondi: un filo di vita li conserva…un filo di vita che sembra dipendere da quelle piccole “gocce di rugiada” zuccherina che scendono da una boccia di vetro e attraverso un filo di plastica si mischiano al sangue. La flebo salvavita costa 5 dollari…sono al “cambio” nero l’equivalente di cento mila afgani…una “piccolo tesoro” che molte mamme afgane oggi non possono pagare. Cinque dollari che possono salvare una vita o gelare per sempre il sorriso di bimbi innocenti. Cinque dollari per fare un miracolo o – per chi non li ha e vede morire i suoi bambini - per innescare invece una spirale di dolore…di sentimenti di impotenza e di voglia di vendetta.


Le figlie perdute di Shangrillà.
Testo e foto di Italo Bertolasi per “Re Nudo”.

“C’é sempre molto spazio per noi. In ogni momento. Anche nel mezzo di una guerra, della violenza domestica, della fame. C’è sempre molto spazio se siamo disposti a riconoscerlo. Un’immagine di questa apertura è il cielo azzurro. Anche quando è nascosto da nuvole scure il cielo azzurro è sempre presente”. E’ la visione che ci regala Ane Pema Cohdron, mistica tibetocanadese. Anch’io sono sempre stato un ottimista ma questo mio tornare in Nepal, nel pieno di una guerra e per “curiosare” nella piaga sociale delle bimbe trafficate come “schiave sessuali”, mi impensieriva. Avrei saputo ritrovare un po’ di “cielo azzurro” in mezzo a tanto dolore? E “guardare” senza rabbia e paura. E poi “agire” creando una “missione” con l’associazione “Clown One Italia”, di cui sono presidente, per portare in Nepal una decina di “ambasciatori” del sorriso e ancora aiuti finanziari per “adottare” e far studiare una decine di bimbe bisognose costruendo magari anche un orfanatrofio o un’altra struttura di sostegno. Non avrei più ritrovato la pace di trent’anni fa. Questo lo potevo immaginare. Ripensavo ai miei pellegrinaggi sui monti “sacri” a “caccia” di sciamani o nei deserti “tempio” dell’Afganistan e del Baluchistan per danzare con i sufi. A tanti mondi una volta felici che scelsi come casa per mie illimitate libertà e che oggi ritrovo distrutti. Mi frullavano in testa mille pensieri mentre volavo tra le nuvole, a diecimila metri d’altezza, sopre le foreste del Terai. Alle mie spalle lasciavo il caldo umido della Cambogia dove si é conclusa un’altra nostra missione: “Clown One Italia” ha fornito cure antiretrovirali a 20 bimbi sieropositivi, costruito una scuola e un asilo e avviato un piano di educazione sanitaria. All’uscita del “Tribhuvan Airport” incontro Santos Lama, la mia “vecchia” guida. E’ un Tamang. Un’etnia che popola le montagne intorno alla “Valle”, la provincia del Langtang ed altre regioni centrali del Nepal che conserva una religiosità prebuddista e sciamanica. I tamang sono stati discriminati da Bahuns e Chetris, di religione indù, che nei secoli hanno rapinato loro le terre più ricche. Dal finestrino del mio taxi vedo le prime case sgangherate di Katmandù. Tutto è ingrigito da un velo di polvere. Santos mi dice che c’è stato un inverno senz’acqua. Quando attraverso il Bagmati al posto d’un “sacro” fiume scorre invece un rigagnolo scuro e puzzolente. Acqua biologicamente morta. Tutto il resto non sembra cambiato. Katmandù conserva le infrastrutture di trent’anni fa: le sue stradine contorte con le stesse buche. Al posto dei “rickshaw” oggi trovi minitaxi indiani e moto di grossa cilindrata. Katmandù mi appare sovvrapopolata. Mi spiega Santos che in quest’ultimi anni la popolazione è raddoppiata. Molti immigrati fuggono dalla fame e dai pericoli del conflitto armato. Perché i luoghi più selvatici e lontani, ieri patria del Budda, sono diventati “Killing Fields” – campi di sterminio. La guerra si combatte tra due fazioni: da una parte c’è un re tiranno – Gyanendra - armato dagli USA alleato con l’elitè feudale padrona del Nepal. Dall’altra ci sono i milioni di contadini “senza terra” discriminati per casta ed etnicità. Dietro a questa massa impoverita si muove la forza maoista del carismatico camerata Prachandra, inflenzata dalla guerriglia naxalita del West Bengala e dalla Rivoluzione Culturale Cinese. Ormai il 75% dell’intero paese è in mano ai “comunisti”. A Katmandù oggi si respira aria d’assedio. Ad ogni angolo ci sono fortini pieni di soldati che difendono le strade. Caos e anarchia hanno creato in tutto il Nepal aree diffuse di illegalità dove si sono rafforzate le “mafie” che amministrano il business della droga, delle armi e del traffico umano. Tra questi il più vantaggioso é quello delle bambine per farne “sex workers”.
50.000 ragazze nepalesi - denuncia “Asia Watch” - sono state vendute ai bordelli di Bombay. Ogni anno ne vengono trafficate più di 6.000. La maggior parte viene venduta da familiari e conoscenti. Per lucro ma anche per incoscienza. Si pensa ingenuamente di allontanarle dalla miseria dei villaggi verso un mondo migliore e una vita felice. Una ragazza si può così “comprare” per 200-300 dollari. Alcune vengono rapite da banditi. Tra loro ci sono delle donne. Altre sono reclutate, con salari da fame, nell’industria fiorente dei tappeti per poi essere sospinte nella rete della prostituzione. Molte ragazze scappano da casa per ritrovarsi sole e sperdute a Katmandù dove c’è sempre chi le sfrutta. La condizione della donna in Nepal è in ogni caso estremamente dura. E’ ancora diffusa l’usanza dei matrimoni precoci, combinati dalle famiglie. Il 7% delle bimbe nepalesi é così costretta a “sposarsi” prima dei 10 anni. Un altro 40% prima dei 15 e il resto delle ragzze quasi sempre prima dei 18 anni. L’uomo è spesso un lontano parente. Ricco e vecchio con il doppio o il triplo d’anni della sposa. Altro rischio è la meravigliosa esperienza della gravidanza e della nascita che in Nepal ha però alti indici di mortalità, invalidità, lesioni e infezioni. Fame e sottonutrizione, il tanto lavoro e la scarsa igiene indeboliscono le gestanti proprio quando anche il nascituro assorbe gran parte degli elementi nutritivi. Ogni anno muoiono di parto o di pratiche abortive più di 60.000 donne. Altra piaga è quella dei “bambini soldato”. Tra questi ci sono molte ragazzine, arruolate a forza, che vengono sfruttate come “schiave” o giovanissime "mogli".
In Nepal, come in altri peasi poveri, molte bimbe non vanno a scuola. Mentre il tasso di alfabetizzazione per gli uomini è del 66%, per le donne scende al 30%. Ma nella casta più bassa, quella dei dalit, solo il 7% delle ragazze sa leggere e scrivere. In aree remote c’é la vecchia usanza della “prostituzione sacra” – chiamata pesha - che obbliga le bimbe della casta “Badi” a offrirsi a guru e ricchi pellegrini. Si calcola che più di 60.000 giovani Badi siano così schiavizzate. La prostituzione – anche quella “normale” e adulta di Katmandù - ha innescato una pandemia di AIDS. Nel 1999 sono morte 2.500 persone. Nel 2005 le cifra é raddoppiata. Quando sono vendute ai bordelli indiani le vergini nepalesi “lavorano” dalle 10 alle 16 ore per dar piacere a 20 clienti al giorno. E alla fine della “carriera” che può durare dai 5 ai 10 anni le ragazze vengono scacciate per sostituirle con delle vergini sempre più giovani. Quelle che si ammalano ritornano in Nepal. Nei villaggi d’origine. Ma lo stigma e la vergogna é così forte che alcune non vogliono più tornare a casa. Il 30% di queste vittime é minorenne. Per "domare" le ragazze più ribelli si usa ogni tipo di violenza. Ma non lo stupro. Non certamente per un gesto di pietà ma invece per puro business. Nei bordelli indiani la verginità di una ragazza vale un migliaio di dollari.
Il “Sonja Kill Memorial Hospice” è stato costruito in mezzo ad un anfiteatro di risaie vicino ai templi di Gokarna Mahadev dove si conserva un veneratissimo “Shiva Lingam”. Ma oggi non vado a far visite turistiche. Sono con Sarita, collaboratrice di “Maiti Nepal”, importante ONG – organizzazione non governativa - nepalese “anti-trafficking” fondata dalla coraggiosa Anuhrada Didi. Vado a visitare un nuovissimo “Hospice” che accoglie 30 ragazze “terminali”.A Gokarna si offrono cure antiretrovirali, counsuling e un’alloggio dignitoso a queste “survivors” – sopravissute al traffico sessuale - ma arrivate purtroppo all’ultimo stadio dell’AIDS. Sono ospitate assieme ai loro bimbi anch’essi malati e ad altri orfani sieropositivi. C’è anche un reparto riservato a chi è gravemente infettiva. Molte ragazze hanno anche la TBC o gravi epatiti contagiose. Mi spiega Sarita che in Nepal l’Aids è causato in gran parte da rapporti sessuali non protetti con sex workers e dallo scambio di siringhe per drogarsi. Mentre camminiamo nel giardino mi vuol ricordare Apsara che è morta a soli 5 anni. E le bellissime Sangita e Sondia scomparse a 20 anni senza aver scorto la bellezza della Vita. E’ una giornata di sole che abbellisce l’Hospice. Salgo in terrazza per incontrare un gruppetto di ragazze che ricamano. Alcune infilano con pazienza perline colorate per farne collanine. Due o tre di loro sono spaventate e non mi vogliono guardare. Altre mi sorridono. I bimbi invece mi saltano addosso per farsi cullare. Manine che mi accarezzano. Che mi dicono:”Ti voglio bene!”. Che sciolgono la mia indifferenza per rivelare a me stesso la mia vulnerabilità. Ancora una volta ho il previlegio di trovarmi in una situazione speciale. Gioco con questi bimbi malati senza disagio e senza pietismi. Come ho visto fare all’amico Patch Adams, il famoso medico clown americano, e a Ginevra nelle loro “ambascierie del sorriso”. Con i loro sberleffi creano un momento magico di “amnesia”. Che azzera la rabbia, la sofferenza e le paure di chi è gravemente malato.
Il giorno dopo voglio incontrare alcuni Dalit. La società nepalese in gran parte è ancora feudale. E ancor oggi divisa dal sistema Hindù delle caste. Ci sono così i “toccabili” – i previlegiati – e gli “intoccabili” – i discriminati. Tra questi ci sono appunto i Dalit, esclusi da ogni diritto e trattati come bestie, il cui sogno di riscatto è riposto nella “rivoluzione maoista”. Santos mi accompagna così da un “Kami”. Un fabbro. Mestiere “impuro” e riservato alle caste più basse. Raggiungo Nagarkot, un villaggio di alberghetti turistici ora deserti con vista sull’Himalaya, a pochi chilometri da Katmandù. Vicino ad un tempietto c’è un sentiero e in cima un piccolo spiazzo con una capanna in mezzo a due precipizi. Mi viene incontro una donna con attorno dei bimbi sorridenti che mi fà visitare il suo tugurio. La “stanza” da letto è ricavata nell’angolo più buio doce c’è un soppalco con la “cuccia” di stracci dove dormono i bambini. A terra c’è una stuoia per i genitori. Protetto da una tettoia c’é un fuoco che serve sia per cucinare che per forgiare. “La gente è cattiva e ci ha costretto a vivere qui…Ci considerano sporchi e ignoranti. Non c’è lavoro. Per poter mangiare non basta il guadagno del mio uomo e io, con i miei figli, vado a spaccar pietre o a lavorare da chi ha la terra”. Colgo lo sguardo penetrante di Ram Maya,una delle figlie, che da quando son quà mi ha sempre osservato con grande curiosità. Ha una decina d’anni e mi spiega, in perfetto inglese, che và a scuola. Quando le chiedo cosa farà da grande mi dà una spledida risposta: “Farò la social worker o forse la maestra” e quando le chiedo il perché quel che mi dice mi commuove: “ Per aiutare chi sta peggio di me!”.
Vicino a Bhaktapur - la “città dei devoti” - e ai grandi templi feudali di Tachupal Tole, svettano le ciminiere delle più grandi fabbriche di mattoni nepalesi dove lavorano in condizione pietose alcune famiglie Dalit. Cammino nel fango per raggiungere un mucchio di mattoni: sono quattro mura ricoperte da un tetto di lamiera. E’ l’ora del pranzo e all’esterno della baracca, seduti davanti a un piattone di “dalbat” - riso condito con vegetali - ci sono due ragazzini con i loro genitori. E’ la famiglia di Badur, un emigrante arrivato fin quà dalle povere terre del Sud Tarai. Mi dice che fa mattoni da un paio d’anni. Un lavoro davvero duro che nessuno vuol fare. Si inizia alle prime luci dell’alba per impastare argilla fino all’ora di pranzo. Poi si prosegue nel fresco e tardo pomeriggio per terminare a notte fonda. Quando tutti lavorano si possono fare 1000 mattoni al giorno guadagnando cento rupie – un dollaro e mezzo. Che fanno 40-50 dollari al mese. Troppo pochi. I suoi figli così sono costretti a lavorare e non possono andare a scuola. In Nepal le scuole private sono per “ricchi” e in quelle pubbliche i bimbi dalit sono ammessi con grandi difficoltà. In ogni caso c’è il costo dei libri e delle divise scolatische che Badur non può sostenere.
Pragyaa, è una bella ragazza che coordina i progetti di “Apeiron”, una ong italiana che è in Nepal da anni per dei progetti di sviluppo rivolti alle donne – soprattutto a quelle “trafficate” o vittime di violenze domestiche - e ai membri più deboli della società nepalese. Dove ancor oggi cé molto razzismo e sfruttamento. Pragyaa ha una laurea. Ed è fiera della sua grande indipendenza. Stà assieme a un ragazzo che ama. E fà un lavoro che ha scelto e le piace. Mi accompagna a visitare la “Rarahil Memorial School” di Kirtipur costruita con l’aiuto della ong italiana “Senza Frontiere” creata dallo scalatore himalayano Fausto De Stefani. Ci accoglie Narayan Maharjan, l’entusista direttore che ci spiega: “La Rarahil Memorial School è dedicata alla memoria dei martiri del movimento pre-democratico del 1989. Il nome Rarahil è composto dalle iniziali degli eroi Rajendra Maharjan, Rajman Mali, Hirakaji e Lan Bahadur. Lo abbiamo scelto per ricordare il loro sacrificio e stimolare negli studenti la volontà di voler partecipare all'emancipazione della società, come fecero i nostri martiri. Al presente, abbiamo circa 400 studenti e 18 insegnanti. La nostra scuola è no-profit ed è gestita da benefattori.” Mi fa visitare le aule, la mensa e alcune stanzette dove sono ospitate per la notte alcune ragazzine che vengono dai villaggi più lontani. Tra gli allievi ci sono anche 30 bimbi “adottati” dalla scuola che li mantiene gratuitamente fino al termine degli studi. Narayan mi vuol accompagnare a visitare il villaggio vicino. Attraversiamo alcune risaie. Le case in mattoni sono allineate lungo la strada principale. Dietro a un boschetto di bambù c’è la capanna dove vive una famiglia di cestai dalit. Incontro Gopani, una bimba vestita di stracci, con un visino triste e affilato. Assieme a una zia sta intrecciando una cesta di vimini. E’ il suo “job”. Gopani non può andare a scuola. E non è mai stata a Katmandù. La mamma è scappata di casa due anni “con un altro papà” mentre il suo vero è dietro di lei ubriaco fradicio. Appena vede Narayan, quest’uomo disperato, gli si butta ai piedi per scongiurarlo di prendersi la bimba a scuola. La bimba è ammutolita. Il direttore promette di fare qualcosa. Ma io insisto e così Gopani sarà la prima bimba sponsorizzata dal nostro progetto “Clown One Italia”* in Nepal. Mi allontano pensieroso mentre il sole del tramonto tinge d’arancio i primi fiori di un ciliegio. Benedetta primavera! Quando torniamo c’è una donna che sembra morta e che è stesa in mezzo al sentiero. “E’ ubriaca” mi dice Pragyaa. “L’alcoolismo è uno dei nostri problemi. Con poche rupie puoi comperarti del “Roxy” – la grappa tradizionale di riso – o bottigliette di simil“wisky” o simil“brandy” di pessima qualità che sono diventati la “droga” killer di molte donne che si sentono sole. E che vivono in estrema miseria. Vittime spesso, a casa loro, di grandi violenze”.

Budda&Mao
Il 1 giugno 2001in Nepal esplode la tragedia. Il principe Dipendra, alcoolista e squilibrato, in preda ad una ennesima crisi uccide il re Birendra e fa strage dell’intera famiglia reale. E poi si spara. Il giorno dopo sale al trono Gyanendra, fratello del Re. E’ un uomo astuto e corrotto che molti ritengono mandante di quella tragedia. Il 7 Luglio si fà eleggere Re. E poco l’esercito guerrigliero maoista, che si era intanto rafforzato nei territori di confine, sferra un attacco devastante all’esercito. La ribellione si diffonde poi a tutto il Terai e a molte provincie dell’Est e dell’Ovest. Nel febbraio 2005 un’altra tragedia. Gyanendra, con un colpo di stato e con l’aiuto dell’esercito, assume il controllo del Parlamento destituendo tutti i partiti politici che oggi si sono coalizzati coi maoisti. Alle spalle del Re c’è ancora una volta l’amministrazione americana e Bush che hanno richiesto al Congresso di elargire 20 milioni di dollari per contrastare il “terrorismo” maoista: “Il Nepal, esempio di stato democratico, si stà confrontando con la ribellione maoista e gli Stati Uniti si impegneranno ad aiutarlo come avviene per altri paesi in questa guerra globale contro il terrorismo”. La realtà è ben diversa. Il Nepal è un paese feudale che stà lentamente modernizzandosi. Al suo interno è esploso un conflitto animato da studenti, da masse impoverite di contadini e da altre discriminate per le differenze religiose e sociali. Il sistema indù delle caste condanna i “dalit” – che in Nepal sono il 25 % della popolazione - ad una condizione di emarginazione e invisibilità. Tra i mestieri “sporchi” riservati ai dalit c’è la prostituzione e il lavoro minorile dove le bambine vengono trattate come schiave, e ancora mestieri faticosi e mal pagati: far mattoni, spaccar pietre, macellare e conciare le pelli. La guerra ha creato un clima di insicurezza e illegalità dove le mafie che trafficano esseri umani, droga e armi agiscono indisturbate. Amnesty International, per bocca di Claire Castillejo, ci dice che in Nepal “ la guerra ha fatto molti orfani… i bambini sono torturati, detenuti illegalmente o usati come “soldati” mentre le ragazzine sono trafficate e abusate. I bimbi dei villaggi , istruiti dai maoisti come staffette sono un “target” importante per l’esercito che quando li cattura li tortura come fa con gli adulti. Per questo è nata tra le associazioni umanitarie che operano a Katmandù la campagna "Children Are Zones of Peace." La guerra decennale ha causato fin ora sedicimila morti. La presenza turistica, ricca fonte di reddito, è crollata assieme all’economia. L’obiettivo rivoluzionario è rovesciare la monarchia e sostituirla con una “Repubblica Popolare” dove non ci saranno discriminazionei di razza e di casta e dove si ci sarà un’equa ridistribuzione delle terre oggi nelle mani rapaci di pochi ricchissimi latifondisti. La guerriglia nepalese pur basando la sua dottrina rivoluzionaria sul pensiero di Mao è in contrasto col governo cinese accusato di deviazioni borghesi e capitaliste.

Chi siamo

Clown One Italia Onlus – www.clowns.it – è un’associazione senza fine di lucro, fondata da Ginevra Sanguigno, attrice-clown e da Italo Bertolasi studioso e viaggiatore, che si prefigge di portare aiuti umanitari, sostegno curativo e l’arte della clownerie come strumenti per far pace nei paesi in guerra e in altre situazioni di emergenza sanitaria. Lo staff è composto da “Ambasciatori del Sorriso”, medici e volontari che coltivano l’amore e la compassione per i più sfortunati. Nei loro viaggi visitano ospedali, orfanatrofi, carceri e “ospice” per malati terminali.
L’associazione intende diventare un punto di riferimento per altre realtà, che nello spirito e negli intenti dell’associazione, vogliono promuovere viaggi di solidarietà ed altre iniziative per stringere amicizia tra i popoli.
Clown One Italia ha operato in Bosnia e Kossovo. In Palestina e Israele. In Afganistan e Costa d’Avorio. In Argentina, Cambogia e Nepal. Clown One Italia Onlus è associata al “Gesundheit Institute” diretto da Patch Adams, famoso medico clown, la cui vita è stata raccontata nel film “Patch Adams” con la bravura dell’attore Roby Whilliams. La fondazione di Clown One Italia Onlus è stata incoraggiata dallo stesso Patch Adams che così ci ha augurato: “ Accolgo con grande piacere la proposta di aprire un’associazione in Italia. Lavoreremo insieme per fare di questo progetto un esempio di servizio gioioso per alleviare la sofferenza nel mondo. La vostra volontà di creare questo gruppo italiano mi riempie di felicità!Bless You! In Peace. PATCH”


Il Progetto in Nepal
Previlegiando questa volta bambine trafficate, malate o vittime di abusi, Clown One Italia Onlus, che conosce in modo approfondito il territorio e la cultura del Nepal, ha deciso nel 2006 di promuovere il progetto umanitario. KUMARI. E’ prevista, durante la nostra missione autunnale:
1) la visita di ambasciatori di pace e “clown-dottori” in ospedali pediatrici, orfanatrofi e ospice.
2) la costruzione di una struttura d’accoglienza,
3) l’adozione di dieci bimbe della casta “dalit” mantenendole agli studi per dieci anni in una scuola locale e poi curandone l’avviamento professionale.
Siamo convinti così di costruire un “ponte” di solidarietà e di amore che può rafforzare una nuova cultura di pace e di solidarietà internazionale

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